Chiesa di San Giacomo all’Ospedale

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Chiesa di S. Giacomo MaggioreSullo stesso lato si affaccia la chiesa di San Giacomo Maggiore, il cui aspetto è quello del rifacimento del 1835, ma la cui fondazione è coeva al Duomo, fu infatti consacrata nel 1291. È chiamata anche chiesa dell’Ospedale per la secolare contiguità e connessione con l’ospedale che deve la sua origine alla volontà di un prete, tale don Giovanni, che lasciò i suoi beni per ospitare e curare 12 poveri infermi.

Sorto nei secoli XII /XIII e accresciutosi nel tempo per le donazioni di molti cittadini orvietani è l’unico dei cinque ospedali per poveri e pellegrini di età medievale che ha continuato a svolgere la sua originaria funzione fino al 2000, quando è stato inaugurato il nuovo ospedale nel quartiere di Ciconia, che conserva il nome di Ospedale Santa Maria della Stella. Oggi l’edificio, in parte restaurato, è una delle sedi del Centro Studi Città di Orvieto.

Orvieto Underground – Sala delle Macine

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Insieme ad altri irrinunciabili percorsi ipogei, la visita “Orvieto Underground” costituisce un itinerario guidato di grande suggestione e interesse che, attraverso un labirinto di grotte aperte nel masso tufaceo dagli abitanti nel corso di 2500 anni di scavi ininterrotti, vi metterà in contatto con le viscere più misteriose e profonde della rupe: una vera e propria città sotterranea fatta di innumerevoli cavità che si intersecano e si accavallano sotto il tessuto urbano, in cui gli abitanti di Orvieto hanno svolto, fin dalle antiche origini etrusche, molteplici attività della vita quotidiana. Si tratta di un prezioso palinsesto di informazioni storiche e archeologiche, studiato solo recentemente in modo organico e scientifico e restituito alla fruizione, a partire dagli anni Novanta, con due importanti complessi ipogei contrassegnati, tra le circa 1200 cavità del sottosuolo di Orvieto, con i numeri 536 e 6.

Non esitate a compiere questo straordinario viaggio nel tempo: il percorso è agevole e non richiede accortezze particolari, se non un paio di scarpe comode. Il biglietto si fa in Piazza Duomo, nell’info point della Carta Unica che non stenterete a riconoscere accanto all’Ufficio Turistico. L’accesso, a cui sarete accompagnati da guide specializzate, si apre all’interno del vicino “Parco delle Grotte”, un’estesa area verde attrezzata che, tra emozionanti scenari, degrada sul ciglio della rupe. Vi potrete consumare, all’uscita, anche il vostro eventuale pic-nic. Prima di inoltrarvi nelle oscure profondità della terra, fermatevi ad osservare la linea dolce e sinuosa delle colline circostanti, la variegata articolazione delle coltivazioni delle balze e, circondata di ulivi e cipressi, l’affascinante sagoma dell’antica Badia dei Santi Severo e Martirio.

Attraversando il vasto intrico della cavità 536 avrete modo di ammirare i suggestivi resti di un ampio frantoio, tra cui, ben conservate, la pressa e alcune mole di cui una datata 1697, anche se la struttura potrebbe risalire addirittura alla seconda metà del Trecento; di fronte alla pressa, un vano che potrebbe essere una delle vasche in cui venivano poste le sanse dopo la prima spremitura, per assorbire acqua ed essere poi di nuovo spremute e, intorno, tutta una serie di ambienti e strutture funzionali al mulino, quali altre vasche, cantine, stalle, un focolare e una condotta per l’acqua. Nell’ampia cavità, che si estende per circa 850 metri quadrati, noterete una misteriosa e irregolare serie di ambienti collegati tra loro. Si tratta di una grande cava di pozzolana, che offre un interessante esempio di come si procedesse nello scavo: in modo del tutto disorganico appunto, senza neanche troppo preoccuparsi della stabilità, seguendo non un piano spaziale preordinato ma i filoni offerti dalla presenza di materiale. I documenti d’archivio fanno risalire l’apertura o la riapertura di questa cava al 1882. Molto più indietro nel tempo, tra le emergenze rinvenute sono presenti tre condotti verticali a pedarole risalenti all’epoca etrusca.

Di grande fascino e interesse anche l’immersione nella cavità n. 6 che, attraverso una serie di anfratti, scalette e stretti cunicoli, vi condurrà a mirabili esempi di vani a colombari posti su diversi livelli. Le fitte aperture quadrangolari allineate nello scavo del tufo, che per molto tempo hanno appassionato gli archeologi sulla natura della loro origine, si sono alla fine rivelate come un razionalissimo sistema di celle utilizzato per far nidificare e allevare i colombi, a fini alimentari, fin dall’epoca medievale, funzione avvalorata anche dalla presenza di vasche per l’approvvigionamento idrico e da aperture nel versante a ciglio della rupe, volte a mettere i volatili in contatto con l’esterno. Le vasche dovrebbero essere servite, secondo la lettura di frammenti ceramici trovati nei pressi, anche per due successive fornaci in cui si cuoceva vasellame in argilla nel XVIII secolo.

Quando riemergerete, dopo circa un’ora di percorrenza, lo slancio del Duomo vi sembrerà ancora più luminoso e ardito.

Pozzo di San Patrizio

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A destra della funicolare, in fondo al viale Sangallo, si erge una bassa e poco appariscente costruzione circolare, con due porte diametralmente opposte, che costituisce l’ingresso al pozzo di San Patrizio, così chiamato per il riferimento al famoso e profondissimo pozzo irlandese intitolato al santo.

Dopo la vittoria militare e diplomatica del cardinale Egidio Albornoz, i suoi capitani e i suoi vicari non si sentivano tranquilli senza strutture fortificate e, come in tutte le città sottomesse dello Stato Pontificio, anche a Orvieto fu decisa la costruzione di una rocca addossata alla Porta Postierla o Soliana, detta poi Porta Rocca, sul limite estremo orientale della rupe. La prima fortificazione, iniziata nel 1364, fu quasi sicuramente concepita da Ugolino di Montemarte architetto militare dell’ Albornoz, la cui famiglia contile aveva possedimenti e castelli nel territorio orvietano – coadiuvato da Giordano Orsini: di forma quadrilatera, con un palazzotto contiguo alla porta e altre strutture di servizio lungo le mura, la rocca era protetta da un fossato con due ponti levatoi.

Distrutta pochi anni dopo essere stata edificata (1390), una rocca nova fu ricostruita da Antonio da Carpi sul vecchio perimetro, con l’aggiunta di un rivellino circolare (1450-1452) e completata con la supervisione di Bernardo Rossellino.

Oltre ai periodici riattamenti di cui la fortezza necessitava a seconda delle circostanze, un evento eccezionale come il sacco di Roma del 1527 e la fuga di Clemente VII a Orvieto determinarono anche un intervento straordinario: la costruzione del pozzo.

Già nella rocca trecentesca non si era sottovalutato il problema vitale dell’approvvigionamento idrico, risolvendolo con una cisterna e un prolungamento dell’ acquedotto pubblico, due sistemi che, deteriorati nel tempo, non davano più garanzie di autonomia.

Perciò Clemente VII, insieme a un pozzo e due cisterne in città, ordinò la costruzione di un altro pozzo ad uso esclusivo della rocca, e della progettazione fu incaricato Antonio da Sangallo il Giovane, l’architetto che si stava occupando delle fortificazioni della rupe e che già aveva fatto indagini metriche e sopralluoghi per localizzare le falde acquifere attraverso le fonti d’acqua sorgiva che sgorgavano ai piedi del masso tufaceo.

Individuato il sito adatto vicino alla rocca, per rispondere alla pratica esigenza di trasportare l’acqua dal fondo del pozzo in superficie, facendo discendere e risalire bestie da soma senza che si incontrassero, il Sangallo – memore della chiocciola del Belvedere in Vaticano – ideò una doppia gradonata elicoidale sviluppata intorno ad un cilindro profondo 53,15 metri; il doppio percorso a spirale, scavato nel tufo fin quasi a metà e poi costruito in mattoni, era aerato e illuminato dall’ alto attraverso settanta finestroni.

Le due scalinate sono composte di 248 gradini ciascuna. È interessante, a distanza di secoli, notare che la doppia rampa disegnata da Sangallo per motivi di carattere pratico (la forma più semplice ed efficace allo scopo) è identica, geometricamente parlando, alla doppia elica del DNA scoperto nel 1951.

Curioso anche il gioco della prospettiva visiva, nel senso che chi scende si trova ad affacciarsi proprio di fronte a chi sale, mentre gli appare distante chi, procedendo nella stessa direzione, si trova appena qualche passo sopra o sotto.

Sul fondo il livello dell’acqua, alimentata da una sorgente naturale, si mantiene costante per via di un emissario che fa defluire la quantità eventualmente in eccesso e il ponte che unisce le due scale è sempre praticabile, consentendo l’uscita attraverso la porta di uguale fattura, ma in direzione opposta a quella d’ingresso.

Il pontefice incaricò Benvenuto Cellini di coniare una medaglia, oggi conservata ai musei vaticani, con la scritta “UT POPULUS BIBAT” (“perché il popolo beva”), dove è rappresentato Mosè che colpisce con la verga una roccia da cui sgorga l’acqua davanti al popolo ebreo in fuga, mentre uno di essi ne attinge con una conchiglia.

Sull’entrata la scritta “QUOD NATURA MUNIMENTO INVIDERAT INDUSTRIA ADIECIT” (“ciò che non aveva dato la natura, procurò l’industria”) celebra la potenza dell’ingegno umano capace di sopperire le carenze della natura.

Clemente VII non vide mai realizzata l’opera, che fu portata a termine da Simone Mosca nel 1543, quando sul soglio pontificio sedeva Paolo III.

I lavori del pozzo assunsero anche il significato di un involontario scavo archeologico, perché “in fundo putei” furono trovati corredi funerari di tombe etrusche e quel precoce ritrovamento non desta oggi alcuna sorpresa essendo ben visibile, a pochi  metri dal pozzo, il Tempio del Belvedere, forse dedicato a Tinia e datato alla fine del V secolo a.C. anche in base alle belle terrecotte architettoniche che lo ornavano.

Quasi un prototipo del tempio etrusco-italico descritto da Vitruvio nel De Architectura, il Tempio del Belvedere fu scoperto per caso mentre si apriva la Cassia Nuova nel 1828 e definitivamente portato in luce nel 1923.

Il pozzo della rocca fu riconosciuto subito come una delle ‘tre meraviglie di Orvieto’ e divenne presto un’attrattiva per i viaggiatori, ma soltanto nell’Ottocento assunse la denominazione proverbiale di Pozzo di S. Patrizio, dopo un temporaneo uso come purgatorio di S. Patrizio favorito dai frati del vicino convento dei servi di Maria (che ben conoscevano la leggenda del patrono d’Irlanda già nota a uno dei loro padri fondatori, Filippo Benizi) quando la rocca aveva perduto la sua funzione militare e non vi erano più acquartierate truppe pontificie. Anche i serviti si trasferirono in un altro convento, ed al pozzo rimase solo l’appellativo di S. Patrizio senza più riferimento al purgatorio.

Necropoli del Crocefisso del Tufo

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Necropoli del Crocefisso del TufoLa necropoli “del Crocefisso del Tufo” è situata ai piedi del versante nord del masso tufaceo e si pensa possa essere fatta risalire al VI secolo a.C., anche se fu utilizzata per le sepolture sino al III secolo dell’era cristiana.

La Necropoli deve il suo nome ad una croce incisa nel tufo all’interno di una cappella rupestre, ricavata nel masso tufaceo, dove un anonimo autore del Cinquecento espresse la sua devozione e la sua creatività in un crocifisso inciso, appunto, nel tufo. La piccola chiesa che ha dato il nome alla necropoli è raggiungibile anche attraverso un suggestivo percorso pedonale che scende da porta Maggiore.

Un aspetto interessante è la disposizione delle tombe – dalla forma di camera – che sono allineate lungo dei camminamenti disposti ortogonalmente. La “città dei morti” è costruita all’insegna dell’uniformità edilizia. Le tombe, circa una settantina quelle oggi visitabili, sono piccole, a una camera, con pianta rettangolare (3 x 2 m.) monofamiliari, secondo il “modello orvietano”.

Le tombe sono costruite con enormi blocchi di tufo e contengono un piano per la deposizione del feretro.

Necropoli del Crocefisso del TufoUno strato di terra piatto e non di forma conica ricopriva il sepolcro, individuabile grazie a segnacoli denominati cippi, di forma variabile a seconda del sesso del defunto: a tappo o cipolla per gli uomini, cilindrica per le donne. Grande rilevanza aveva per gli Etruschi il culto dei morti fondato sulla credenza che il defunto conservasse una propria individualità congiunta con le sue spoglie mortali; accanto al cadavere era quindi collocato il corredo funerario costituito sia da oggetti personali come fibule, specchi, lance, testimonianza del sesso, stato sociale ed età del defunto, sia da vasi di diversa forma e materiale (bronzo, terracotta, bucchero), tipica espressione della ceramica etrusca oppure di provenienza ellenica.

Il piano delle tombe si trova a circa 60/70 cm sotto il piano del calpestio. Sopra l’ingresso delle tombe in genere si trova una iscrizione con caratteri etruschi che indica il nome del defunto o il lignaggio di provenienza.

Questo sito archeologico fu oggetto di scavi sin dal secolo XIX ma in mancanza di un’organizzazione sistematica, molti corredi funebri furono dispersi nei più importanti musei d’Europa. Fu soltanto nel secolo XX che, grazie agli scavi sistematici condotti dal 1961, il materiale ornamentale recuperato fu classificato con criteri scientifici e quindi esposto al Museo Faina di Orvieto.