Protesa tra terra e cielo, tra le viscere oscure del sottosuolo e le luminose altezze verso cui si slancia l’ardito Duomo, la città di Orvieto ha sempre avuto un’intensa vita sotterranea, a cui gli abitanti hanno affidato nei secoli esistenza, sopravvivenza ed economia.

L’imponente reticolo di spazi e manufatti ipogei di varia natura, come tutto ciò che appare oscuro e misterioso ha esercitato e tuttora esercita una grande attrazione sull’immaginario di visitatori e abitanti. Visitare e conoscere Orvieto non può prescindere dal mettersi in relazione con le sue misteriose cavità.

Giovedì 30 luglio – Ore 19.00

Pozzo di San Patrizio

“Le vie dell’Acqua”

La Rupe e la storia dei “buchi” per l’acqua tra assedi e ricette

VISITA GUIDATA, LETTURE E MUSICA

L’acqua, nell’Orvietano, si dice in molti modi. Dall’impervia forra di Prodo alle acque termali, dal porto di Pagliano al Muro Grosso di Carnaiola, dall’argilla per i mattoni alle cisterne medievali. Il Pozzo di San Patrizio è l’emblema più evidente del tentativo di civilizzare un elemento riottoso e temibile, eppure fondamentale. Un racconto itinerante che porterà alla luce la storia del Pozzo di San Patrizio e delle molte acque dell’Orvietano, con una visita guidata all’interno del Pozzo.

Partecipano: Claudio Bizzarri (Archeologo), Carla Chiuppi (Gastronoma)

Musica: Quartetto d’Archi “OrvietArmonico”

Degustazioni di Vino ed eccellenze Gastonomiche offerte da Coop. “OASI Agricola” e Az. Agr. Bio “Janas”

Pozzo di San Patrizio

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A destra della funicolare, in fondo al viale Sangallo, si erge una bassa e poco appariscente costruzione circolare, con due porte diametralmente opposte, che costituisce l’ingresso al pozzo di San Patrizio, così chiamato per il riferimento al famoso e profondissimo pozzo irlandese intitolato al santo.

Dopo la vittoria militare e diplomatica del cardinale Egidio Albornoz, i suoi capitani e i suoi vicari non si sentivano tranquilli senza strutture fortificate e, come in tutte le città sottomesse dello Stato Pontificio, anche a Orvieto fu decisa la costruzione di una rocca addossata alla Porta Postierla o Soliana, detta poi Porta Rocca, sul limite estremo orientale della rupe. La prima fortificazione, iniziata nel 1364, fu quasi sicuramente concepita da Ugolino di Montemarte architetto militare dell’ Albornoz, la cui famiglia contile aveva possedimenti e castelli nel territorio orvietano – coadiuvato da Giordano Orsini: di forma quadrilatera, con un palazzotto contiguo alla porta e altre strutture di servizio lungo le mura, la rocca era protetta da un fossato con due ponti levatoi.

Distrutta pochi anni dopo essere stata edificata (1390), una rocca nova fu ricostruita da Antonio da Carpi sul vecchio perimetro, con l’aggiunta di un rivellino circolare (1450-1452) e completata con la supervisione di Bernardo Rossellino.

Oltre ai periodici riattamenti di cui la fortezza necessitava a seconda delle circostanze, un evento eccezionale come il sacco di Roma del 1527 e la fuga di Clemente VII a Orvieto determinarono anche un intervento straordinario: la costruzione del pozzo.

Già nella rocca trecentesca non si era sottovalutato il problema vitale dell’approvvigionamento idrico, risolvendolo con una cisterna e un prolungamento dell’ acquedotto pubblico, due sistemi che, deteriorati nel tempo, non davano più garanzie di autonomia.

Perciò Clemente VII, insieme a un pozzo e due cisterne in città, ordinò la costruzione di un altro pozzo ad uso esclusivo della rocca, e della progettazione fu incaricato Antonio da Sangallo il Giovane, l’architetto che si stava occupando delle fortificazioni della rupe e che già aveva fatto indagini metriche e sopralluoghi per localizzare le falde acquifere attraverso le fonti d’acqua sorgiva che sgorgavano ai piedi del masso tufaceo.

Individuato il sito adatto vicino alla rocca, per rispondere alla pratica esigenza di trasportare l’acqua dal fondo del pozzo in superficie, facendo discendere e risalire bestie da soma senza che si incontrassero, il Sangallo – memore della chiocciola del Belvedere in Vaticano – ideò una doppia gradonata elicoidale sviluppata intorno ad un cilindro profondo 53,15 metri; il doppio percorso a spirale, scavato nel tufo fin quasi a metà e poi costruito in mattoni, era aerato e illuminato dall’ alto attraverso settanta finestroni.

Le due scalinate sono composte di 248 gradini ciascuna. È interessante, a distanza di secoli, notare che la doppia rampa disegnata da Sangallo per motivi di carattere pratico (la forma più semplice ed efficace allo scopo) è identica, geometricamente parlando, alla doppia elica del DNA scoperto nel 1951.

Curioso anche il gioco della prospettiva visiva, nel senso che chi scende si trova ad affacciarsi proprio di fronte a chi sale, mentre gli appare distante chi, procedendo nella stessa direzione, si trova appena qualche passo sopra o sotto.

Sul fondo il livello dell’acqua, alimentata da una sorgente naturale, si mantiene costante per via di un emissario che fa defluire la quantità eventualmente in eccesso e il ponte che unisce le due scale è sempre praticabile, consentendo l’uscita attraverso la porta di uguale fattura, ma in direzione opposta a quella d’ingresso.

Il pontefice incaricò Benvenuto Cellini di coniare una medaglia, oggi conservata ai musei vaticani, con la scritta “UT POPULUS BIBAT” (“perché il popolo beva”), dove è rappresentato Mosè che colpisce con la verga una roccia da cui sgorga l’acqua davanti al popolo ebreo in fuga, mentre uno di essi ne attinge con una conchiglia.

Sull’entrata la scritta “QUOD NATURA MUNIMENTO INVIDERAT INDUSTRIA ADIECIT” (“ciò che non aveva dato la natura, procurò l’industria”) celebra la potenza dell’ingegno umano capace di sopperire le carenze della natura.

Clemente VII non vide mai realizzata l’opera, che fu portata a termine da Simone Mosca nel 1543, quando sul soglio pontificio sedeva Paolo III.

I lavori del pozzo assunsero anche il significato di un involontario scavo archeologico, perché “in fundo putei” furono trovati corredi funerari di tombe etrusche e quel precoce ritrovamento non desta oggi alcuna sorpresa essendo ben visibile, a pochi  metri dal pozzo, il Tempio del Belvedere, forse dedicato a Tinia e datato alla fine del V secolo a.C. anche in base alle belle terrecotte architettoniche che lo ornavano.

Quasi un prototipo del tempio etrusco-italico descritto da Vitruvio nel De Architectura, il Tempio del Belvedere fu scoperto per caso mentre si apriva la Cassia Nuova nel 1828 e definitivamente portato in luce nel 1923.

Il pozzo della rocca fu riconosciuto subito come una delle ‘tre meraviglie di Orvieto’ e divenne presto un’attrattiva per i viaggiatori, ma soltanto nell’Ottocento assunse la denominazione proverbiale di Pozzo di S. Patrizio, dopo un temporaneo uso come purgatorio di S. Patrizio favorito dai frati del vicino convento dei servi di Maria (che ben conoscevano la leggenda del patrono d’Irlanda già nota a uno dei loro padri fondatori, Filippo Benizi) quando la rocca aveva perduto la sua funzione militare e non vi erano più acquartierate truppe pontificie. Anche i serviti si trasferirono in un altro convento, ed al pozzo rimase solo l’appellativo di S. Patrizio senza più riferimento al purgatorio.